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Intervista a Fausto Petrella - Giornale dell'Ordine dei Medici della Provincia di Pavia

Il Centro Psicoanalitico di Pavia.

Giuseppe Di Giulio intervista Fausto Petrella

Caro Professor Petrella

L’Ordine ha accolto con piacere e interesse la richiesta di informare i Medici di Pavia della recente nascita del vostro Centro Psicoanalitico.

Siamo lieti che Lei abbia accettato, come presidente del Centro Psicoanalitico di Pavia (CPdP), di rispondere ad alcune nostre domande. Inizierei dunque subito con una prima curiosità.

D. Lei é una figura storica della psicoanalisi italiana e pavese. Certamente ci potrà raccontare com’é arrivata la psicoanalisi a Pavia e come si è arrivati alla costituzione di un Centro Psicoanalitico a Pavia.

R. Intanto la ringrazio per questa intervista, che mi da modo di precisare il significato della nuova struttura. Il CPdP, di cui sono il Presidente, è l’ultimo degli undici centri della Società Psicoanalitica Italiana (SPI) fondata nel 1932, membro della International Psychoanalytical Association, dislocati nelle grandi città lungo tutta la penisola. Il nostro Centro ha la caratteristica di trovarsi in una città molto più piccola di tutte le altre, ma dalle grandi tradizioni universitarie e mediche. Con i suoi attuali sedici psicoanalisti Pavia finisce per essere, relativamente parlando, la città italiana dove la psicoanalisi è maggiormente rappresentata.

La storia è iniziata con l’arrivo a Pavia nel 1970 di Dario De Martis, allora professore ordinario di Psichiatria e del suo aiuto, che ero io. Entrambi eravamo psichiatri e psicoanalisti, e in particolare De Martis fu il primo ordinario di psichiatria in Italia a essere uno psicoanalista qualificato dalla Società Psicoanalitica Italiana.

Molti medici di Pavia ci hanno avuto come docenti di Psichiatria, una disciplina che nel frattempo si era autonomizzata dalla Neurologia. Le malattie mentali e i disturbi psichici hanno un’origine anche psicologica e sociale e perciò costituiscono un insieme specifico, che va distinto dalle malattie del sistema nervoso di cui per l’appunto si occupano i neurologi. Del resto è anche importante sottolineare come ogni patologia organica può produrre un corteo sintomatologico e in genere differenti gradi di disagio psichico di cui può essere molto importante occuparsi con la necessaria competenza. Fu così che un certo numero di giovani medici entusiasti, provenienti da tutta l’Italia, furono attratti dalle novità clinico-terapeutiche del nostro insegnamento e dalle inedite aperture prodotte dalla psicoanalisi nella comprensione anche delle patologie più gravi come le psicosi .

Con gli anni un certo numero di psichiatri specializzati con noi sono diventati a loro volta psicoanalisti. E’ importante che nello stesso tempo essi siano venuti formandosi a contatto con le istituzioni psichiatriche dirette da noi, dapprima a Voghera e poi a Pavia, nel Policlinico e nei servizi sul territorio.

E’ insomma una caratteristica della psichiatria pavese di essersi sviluppata in stretto contatto con la psicoanalisi e di aver cercato di qualificare in senso psicoterapeutico il lavoro psichiatrico. Una cura psichiatrica non può limitarsi all’impiego pressoché esclusivo di psicofarmaci. Questo va considerato un grave errore terapeutico. Ma tutti i complessi interventi psichiatrici e psicologici in psichiatria, dalla prima visita all’orientamento riabilitativo delle strutture residenziali e semi-residenziali, necessitano a nostro avviso degli apporti dell’orientamento psicoanalitico del clinico.

D. Com’è nata l’idea di costituire il CPdP e quali compiti e obiettivi si pone?

R.: La nascita del Centro corrisponde alla necessità di crescita del gruppo pavese, che mantiene comunque stretti contatti col Centro Psicoanalitico Milanese e con tutte le strutture della SPI. Questo piccolo centro ha fornito due Presidenti della Società psicoanalitica italiana (io in passato e Antonino Ferro oggi) e una serie di professionisti anche di riconosciuto prestigio nazionale e internazionale. E’ sembrato a me e a tutti i colleghi pavesi il momento di avviare autonome attività locali, per le quali riteniamo di aver raggiunto una sufficiente maturità scientifica e professionale. Nella nostra sede si svolgono incontri scientifici rivolti ai soci, ma anche a psicoterapeuti interessati, prolungando attività ben consolidate che la crisi economica dell’Università non sembra più in grado di supportare. Si è così creata in Pavia una rete culturale psicoanalitica-psichiatrica-psicologica, capace di scambi pluriprofessionali che non hanno confronti rispetto ad altre sedi italiane.

D. Quali servizi può offrire al territorio pavese in termini di cura del disagio psichico e di formazione di altri operatori?

R. Accanto alle attività culturali è previsto un Servizio Clinico di Consultazione aperto alla cittadinanza e all’invio di casi clinici da parte dei medici generali e specialisti. Un certo numero di attività sono rivolte anche alla formazione psicoterapeutica e all’interazione con le strutture mediche universitarie e ospedaliere. L’intento è quello di offrire interventi clinici e psicoterapeutici qualificati e di colmare le consistenti carenze dei servizi psichiatrici territoriali, che in pratica non possono offrire né la necessaria copertura psicoterapeutica alle cure farmacologiche, né i necessari apporti formativi agli operatori. Apporti che, nel caso delle professioni che forniscono aiuto e cure psicologico-psichiatriche, devono essere costanti e continui, pena la dequalificazione dell’assistenza in questo ambito delicato e difficile.

D. Può dirci sinteticamente qual’é l’iter formativo di uno psicoanalista della SPI e in cosa lo differenzia da quello di altre scuole di psicoterapia?

R. La formazione di uno psicoanalista qualificato è una cosa lunga e complessa. A differenza di altre scuole di formazione psicoterapeutica, lo psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana è tenuto a un severo iter formativo, il cui fulcro è costituito da tre elementi: l’analisi personale dello stesso futuro psicoanalista, le supervisioni di training e la formazione teorica secondo standard imposti e controllati dall’International Psychoanalytical Association, l’associazione originariamente fondata da Freud nel 1910.

D. Mi permetta un’ultima domanda, che potrà sembrare forse banale: che cosa deve rilevare un medico di base per inviare un paziente a uno psicoanalista? Lo chiedo perché vedo a volte una certa disomogeneità tra i colleghi nell’individuare figure che immagino non facciano tutte la stessa cosa, come psicologi, psichiatri, neurologi, psicoterapeuti. Noto questa imprecisione anche nella informazione televisiva e mass mediatica sui terapeuti della malattia mentale.

R. Non è facile rispondere in breve alla sua domanda. Ogni medico tratta abitualmente molte forme di disagio psichico nei suoi pazienti. Ma sta a lui comprendere dove il suo intervento richiede un’ulteriore azione specialistica. Occorre del resto ai medici conoscere i metodi e i criteri adottati dallo specialista cui si rivolgono per i loro pazienti. In ambito “psi” regna ancora oggi una certa confusione, che sarebbe compito della formazione del medico dissipare. Ma se si desidera una sufficiente garanzia formativa nello specialista, un suo atteggiamento di attenzione e comprensione per la persona con sofferenza psichica, e infine una capacità di ascolto partecipe e profonda, allora lo specialista psicoanaliticamente formato rappresenta una scelta buona e consigliabile.

La ringrazio per le sue domande e la sua attenzione.

Anche noi ringraziamo il prof. Petrella e auguriamo un felice sviluppo al neonato Centro psicoanalitico di Pavia.

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